La flora dell'Arcipelago
Le isole più grandi osservate da lontano sono apparentemente brulle:si cambia idea quando si mette piede a terra e ci si rende conto che addentrarsi nell'intrico della macchia è praticamente quasi impossibile. A Spargi, ad esempio, gran parte delle vecchie carrarecce militari e dei sentieri è oggi impraticabile, sommersa com'è nel fitto della vegetazione, formata soprattutto dalle ginestre, da due specie di cisto (Cistus monspeliensis e C. salvifolius) e dal lentisco. Già al limitare della costa la macchia che domina la vegetazione delle isole spesso è formata da piante di notevoli dimensioni, come il ginepro fenicio (Juniperus phoenicea), l'essenza tipica della macchia alta, composta anche da corbezzolo, lentisco, erica, euforbia e mirto. In primavera l'interno delle isole e la costa diventano una tavolozza di colori, dominata dal giallo delle ginestre e dai fiori bianchi del cisto. La specie più comune è la ginestra spinosa (Calycotome villosa), che ha un gran numero di fiori gialli. I maddalenini la chiamano "spina cervuna" ed è un arbusto ricoperto di spine lunghe e robuste, alto fino a 2 metri, che forma barriere invalicabili. Spesso però le fioriture non si elevano dal livello del suolo per l'azione del vento che costringe la vegetazione a svilupparsi in orizzontale. Sono più di 700 le specie che compongono la flora delle isole, con una componente endemica di grande rilevanza: sono una quarantina gli endemismi, quelle piante cioè che hanno un areale di distribuzione molto ristretto, in questo caso essenzialmente sardo-corso. Non è necessario essere grandi intenditori di piante per imbattersi in molte di queste rarità. L'endemismo più comune è la ginestra di Corsica (Genista corsica), ma si possono osservare facilmente anche il becco di gru corsico (Erodium corsicum), lo zafferano minore (Crocus minimus), il giglio stella (Pancratium illyricum), l'evax di Gallura (Evax rotundata) e il limonio delle Bocche (Limonium articulatum). In genere ogni specie ha un periodo ristretto di fioritura: così ad esempio se si approda a Corcelli alla fine di marzo ci si può imbattere in uno straordinario, quanto fugace, prato di narcisi (Narcissus tazetta).

Cisto marino


SCHEMA DELLA FLORA
SCHEMA DELLA FAUNA


 


Gabbiano corso

 


Marangone dal ciuffo

 


Tartaruga marginata

 

La fauna dell'Arcipelago
Le isole dell'arcipelago sono la direttrice lungo la quale gli uccelli migratori attraversano le Bocche di Bonifacio nelle loro rotte che seguono le coste della Sardegna e della Corsica. Così in primavera e dopo l'estate nei cieli dell'arcipelago sono possibili avvistamenti importanti, anche di specie altrimenti rare da osservare. Fanno questa rotta regolarmente i falchi pecchiaioli, in gruppi che a volte raggiungono le 50 unità, ma anche aquile di mare, falchi pescatori, falchi di palude, uccelli acquatici, limicoli e l'infinita moltitudine dei passeriformi.
La componente più importante della fauna dell'Arcipelago è rappresentata dagli uccelli marini, per i quali le isole, soprattutto quelle più esterne, sono ambienti elettivi. La specie più rara è il gabbiano corso (Larus aoudouinii), che ha nelle isole dell'arcipelago la più importante area di nidificazione del Mediterraneo, se si escludono le zone spagnole. Il gabbiano reale (Larus cachinnans) è sicuramente la specie più diffusa: opportunista, legato alla presenza dell'uomo si ciba di qualunque cosa e preda anche uova e piccoli di altri uccelli. Sono invece i ratti (Rattus rattus e Rattus norvegicus) a predare le uova delle berte: diffusi su tutte le isole si intrufolano nelle cavità dove gli uccelli depongono l'unico uovo e possono causare gravi danni alle colonie di questi uccelli, marini per eccellenza. Le berte, minore (Puffinus puffinus) e maggiore (Calonectris diomedea), infatti conducono tutta l'esistenza in mare, raggiungono la maturità sessuale in genere dopo il quinto anno e scendono a terra solo durante la notte nel periodo riproduttivo. Hanno un volo inconfondibile con lunghe planate e pochi battiti d'ala la maggiore, con planate brevi e frenetici colpi d'ala la minore: sono perfettamente a loro agio anche con il mare in burrasca, quando sembrano giocare con le onde ed il vento. Più legato agli scogli, dove sosta spesso ad ali aperte ad asciugare il piumaggio, è invece il marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis): la sua stagione riproduttiva inizia prima di tutti gli altri e già a novembre gli adulti mettono l'abito nuziale. Il piumaggio diventa brillante con sfumature verde smeraldo, come la pupilla; il becco diventa giallo carico e la cresta sul capo è ben eretta ed evidente. Solo in questo periodo emette richiami caratteristici, che assomigliano a sordi grugniti. I nidi sono quasi sempre nascosti nella vegetazione o in anfratti tra le rocce, ma sulle isole dell'arcipelago dove minore è il disturbo, come a Corcelli, molti nidi sono allo scoperto. Dopo la stagione riproduttiva forma spesso grandi assembramenti di centinaia, in casi eccezionali di migliaia di esemplari, che si spostano nelle aree più favorevoli per la pesca. Il marangone, infatti, è un ottimo pescatore, capace di inseguire le prede, soprattutto piccoli pesci, anche fino ad 80 metri di profondità. Al contrario le sterne (Sterna hirundo) pescano in superficie e sono le ultime a nidificare: arrivano dal sud in primavera (i loro pulcini nascono su piccoli scogli in piena estate) per poi nuovamente migrare. Recente è la scoperta di due colonie di garzetta (Egretta garzetta) che nidificano su isolotti coperti da macchia relativamente alta: aironi dalla candida livrea, le garzette sono in Sardegna in fase espansiva e l'utilizzo delle piccole isole per la nidificazione è iniziato soltanto intorno al 1992.
Tra i rapaci il falco pellegrino (Falco peregrinus) è la specie più nobile, con varie coppie nidificanti sulle scogliere più protette delle isole maggiori, delle minori e anche su alcuni isolotti; nelle zone boscose nidifica lo sparviero (Accipiter nisus); e sulle rocce la poiana (Buteo buteo) ed il gheppio (Falco tinnunculus), che utilizza anche ruderi abbandonati. Nella macchia fanno il nido i piccoli passeriformi, come l'occhiocotto (Sylvia melanocephala) e la magnanina sarda (Sylvia sarda), mentre sulle scogliere ogni fessura è buona per i nidi dei rondoni pallidi (Apus pallidus), che hanno sulle isole dell'Arcipelago una delle popolazioni più importanti del Mediterraneo.
Ambienti importanti per gli uccelli sono le piccole zone allagate sparse sulle isole, delle quali la più importante è il Padule di S.Maria, una zona umida di notevole importanza, sia per la nidificazione di alcune specie di uccelli, come il tuffetto (Tachybaptus ruficollis), la gallinella (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra) e il germano reale (Anas plathyrhinchos), sia come zona di sosta per le specie di passo che trovano qui rifugio e riposo durante la migrazione. Molte zone umide sono temporanee e si prosciugano completamente durante l'estate, fino all'arrivo delle piogge.
Tra i rettili è diffuso il biacco, ma è facile incontrare la tartaruga marginata (Testudo marginata), che a dispetto della fama è molto rapida a riguadagnare i cespugli se viene colta allo scoperto. Ma il rettile più importante scoperto in tempi recenti anche sulle isole dell'arcipelago de La Maddalena è la lucertola di Bedriaga (Archaeolacerta bedriagae), endemica della Corsica e della Sardegna nord orientale. E' un animale di dimensioni notevoli (fino a 30 cm di lunghezza), con corpo massiccio e punteggiato, dalle origini antichissime che risalgono a circa trenta milioni d'anni fa, tipico di ambienti rocciosi dal mare fino alle zone più elevate.
Sono pochi i mammiferi presenti sulle isole, ma uno di essi rappresenta un problema: il cinghiale presente a Caprera, a Spargi e forse a La Maddalena è ormai completamente ibridato con maiali domestici e la sua popolazione sta generando un impatto negativo sugli ecosistemi insulari e sulle popolazioni di altri vertebrati.

Il ritorno del grande vecchio
Eliano, un cronista romano del 3° secolo d.C., narrava con dovizia di particolari fantasiosi una scena che osservò su un tratto di litorale affacciato sulle bocche di Bonifacio, forse su un'isola dell'Arcipelago. Il racconto descriveva l'orca che nuotava fino alla battigia, gettava scompiglio nel gruppo di foche distese sulla sabbia, ne catturava una e la lanciava in aria per poi riprenderla. Sono passati da allora più o meno milleottocento anni e si pensava che la foca monaca (Monachus monachus), un tempo abitatore stabile delle coste dell'arcipelago, rimanesse solo in alcuni toponimi, come Cala del Bove Marino a Razzoli o Cala Macchione dei Bovi e Punta Vecchio Marino a Santa Maria. Non è così, perché uno degli ultimi avvistamenti certi in Sardegna è avvenuto nel 1997 nelle acque prospicienti La Maddalena. Straordinario, quanto occasionale, l'incontro con la foca monaca è ormai rarissimo in tutto il Mediterraneo occidentale e in Sardegna non vi sono più colonie riproduttive vitali. Nel mondo rimangono ormai tre soli nuclei vitali. Un paio sono in Atlantico, poco più di una decina di esemplari nell'arcipelago di Madeira e 100-120 esemplari lungo le coste della Mauritania; il terzo, tra la Grecia e la Turchia, è suddiviso tra le isole greche dello Ionio e le Sporadi. La colonia mauritanica, che veniva considerata la più popolosa e la meno minacciata, ha subito una drastica riduzione per la morte di oltre 200 esemplari per cause ancora sconosciute, forse per un virus misterioso. Le speranze di impedire l'estinzione della specie sono ormai ridotte al lumicino, ma sono sostenute da continui avvistamenti anche in Sardegna, come quelli di Villasimius nell'estate del 2000 e della penisola del Sinis nell'estate 2001.


Foca monaca


 


Tursiope

 


Ambiente sommerso

La ricerca sui tursiopi
A Stagnali sull'isola di Caprera, in un antico borgo militare che ora, grazie al Parco Nazionale, viene recuperato ed adibito a Centro di Educazione Ambientale, opera il Centro Ricerca Delfini nato dalla collaborazione tra il CTS (Centro Turistico Studentesco) e il Parco Nazionale dell'Arcipelago di La Maddalena, con il supporto finanziario della Bassetti. Il Centro si propone di svolgere attività di ricerca applicata alla conservazione dei delfini, e più in generale anche dei Cetacei, di sensibilizzazione e di attività pilota di ecoturismo. Oltre a costituire la base logistica per le attività di ricerca è aperto al pubblico per poter trasferire, quasi in tempo reale, i dati che scaturiscono dalla ricerca verso i visitatori e le scolaresche. Nel Centro è stata allestita una mostra sulle specie di cetacei più frequenti nel Santuario dei Cetacei, di cui il Parco rappresenta la porzione sud-orientale: vi è un plastico dell'area di studio e vi sono strumenti multimediali con i quali il personale del Centro presenta le attività e lo stato della ricerca.
Fra le specie di cetacei che frequentano le acque dell'Arcipelago quella che si riproduce e si osserva regolarmente è il tursiope (Tursiops truncatus), che viene studiato in quest'area dal 1999 attraverso la tecnica della fotoidentificazione. Tecnica questa che attraverso la fotografia sistematica delle pinne dorsali consente di riconoscere individualmente la maggior parte degli esemplari, consentendo così di raccogliere dati più precisi sulla biologia di questa specie, ancora poco studiata in natura. Il riconoscimento dei singoli esemplari avviene tramite marcature naturali, come intaccature del bordo posteriore della pinna dorsale e decolorazioni dell'epidermide in forma permanente che lo rendono riconoscibile in maniera univoca. In alcuni casi anche la forma può aiutare a riconoscere i diversi individui come nel caso del tursiope Globy, una femmina fotoidentificata nell'estate 2000 che ha la pinna bassa e incurvata all'indietro, che ricorda quella dei globicefali, oltre a presentare sulla sommità una serie inconfondibile di graffi.
Un altro dei tursiopi che si riconoscono a colpo d'occhio è Pinnabianca che, come si può facilmente intuire dal nome, ha una vistosa decolorazione della pinna dorsale ed è stato il primo esemplare ad essere fotoidentificato nel 1999. E' quindi questo tursiope che si propone di guidare le scolaresche alla scoperta del mondo marino in un progetto di educazione ambientale.
Nel Centro è attivo anche un numero di telefono per segnalare eventuali Cetacei in difficoltà, in maniera che un pronto intervento possa in qualche caso salvare la vita a qualche esemplare.
La ricerca in corso prende in considerazione anche le attività di pesca che vengono praticate nell'area; e l'opera dei ricercatori, unita alla disponibilità dei pescatori locali, ha già creato le premessa per una collaborazione tesa a trovare le soluzioni più idonee per una pacifica convivenza. Tra il 1999 ed il 2001 sono state dedicate alla ricerca in mare 463 ore in totale, distribuite in 97 giornate, e sono stati registrati 49 avvistamenti: la dimensione media dei gruppi è variata da 5 (range 1-9) del 99 a 4,5 (range 1-12) nel 2000, a 2,85 (1-6) del 2001. L'utilizzo dell'habitat da parte dei tursiopi sembra essere condizionato dall'età dei piccoli presenti nei gruppi familiari, dato che le femmine con neonati hanno un areale più limitato e stanno nelle vicinanze delle risorse alimentari migliori e più accessibili. Il turismo nautico dell'intensità di quello che si registra nel Parco viene evitato con una frequentazione differenziata da parte dei tursiopi, ma se non vi sono gruppi con neonati l'area viene temporaneamente abbandonata.
Ora l'obiettivo principale è quello di elaborare con il Parco un piano d'azione locale che possa fornire tutti gli elementi utili per far convivere uomo e delfini in un'area fra le più belle e suggestive del Mediterraneo.